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Porto Marghera, sequestrate 50mila tonnellate di rifiuti ferrosi

9 luglio 2010

Cinquantamila tonnellate di rifiuti ferrosi, stipate in una nave, sono state sequestrate a Porto Marghera (Venezia) dai Nuclei investigativi provinciali di Treviso e Venezia del Corpo forestale. Il carico, destinato ad alcune acciaierie del Veneto, veniva spacciato per ‘materia prima secondaria’, quando invece conteneva al suo interno anche rottami derivanti dalla demolizione di autoveicoli, in chiara violazione della normativa comunitaria. L’operazione, alla quale ha preso parte anche la Capitaneria di Porto, è scaturita da un controllo del carico di una nave proveniente da Augusta (Catania).

Controllando la documentazione sono emerse irregolarità del carico, che avrebbe dovuto essere classificato come rifiuti e contrassegnato dal relativo codice CER (Codice Europeo dei Rifiuti). La Forestale ha così proceduto al sequestro del carico presente nella stiva, al quale si è aggiunto un ulteriore quantitativo di rifiuti, già scaricati sulla banchina durante la settimana precedente. Gli investigatori hanno potuto stabilire che il punto di partenza dei materiale era una ditta di Catania, la quale, assieme a un’acciaieria di Vicenza, è stata segnalata per attività di gestione di rifiuti non autorizzata all’autorità giudiziaria di Venezia, che ha convalidato il sequestro.

Riportiamo di seguito le dichiarazioni del Dott.Luigi Mauceri Boccadifuoco titolare dell’Agenzia Marittima Raccomandataria, in risposta alla notizia del sequestro di 50.000 tonnellate di rifiuti ferrosi a Porto Marghera, riportata da numerosi organi di stampa.

Leggiamo con vivo stupore su molti organi di stampa del sequestro di “50.000″ tonnellate di “rifiuti ferrosi” eseguito a Porto Marghera (Venezia) spediti dal porto di Augusta. In qualità di titolare dell’Agenzia Marittima Raccomandataria che ha curato tale spedizione mi preme fare alcune precisazioni anche e soprattutto a tutela degli interessi della società che rappresento nonchè a tutela della sua onorabilità e corretteza, visto che addirittura, in alcune testate giornalistiche, si parla di “ecomafia”.

Innanzi tutto non si tratta certo di 50.000 tonnellate. La quantità spedita da Augusta è stata infatti di neanche 5.000 tonnellate (esattamente la nave Cristin ha caricato 4604,9 tonnellate e la stessa mai è poi mai per le sue dimensioni avrebbe potuto imbarcare 50.000 tonnellate), mentre la spedizione precedente era stata di 4.500 tonnellate. Ovviamente l’estensore “ab origine” di tale comunicato stampa doveva rendere eclatante anche nelle quantità quanto scritto: sospettare che l’origine di tale comunicato sia molto vicino a chi ha fatto scaturire tutto questa assurdità non è poi cosa difficile, in particolare ci riferiamo ad imprenditori catanesi che poco hanno gradito lo sviluppo di tale commercio di rottami da Augusta verso il Nord Italia.

Ma torniamo al sequestro ed esaminiamo i motivi dello stesso. Questo è stato eseguito perchè, essendo presenti rottami provenienti da autoveicoli, non si poteva dichiarare il carico quale materia prima secondaria. Anche questo è un falso e da parte di chi materialmente ha eseguito il sequestro è stato preso un grosso abbaglio. Infatti anche questa tipologia di rottami, se preventivamente bonificati e trattati, posso essere considerati “materie prime secondarie”. Tutti i rottami spediti a Porto marghera rispondevano appieno a quanto disposto dalla circolare del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare – Reparto Ambiente Marino delle Capitanerie di Porto Prot. No RAM/4340/2/2008 datata 04.09.2008, che prevede, solo per le spedizioni in ambito nazionale, che i rottami di ferro (rispondenti a determinati requisiti previsti nella stessa circolare) possano essere classificati “materie prime secondarie”. Tali requisiti sono poi quelli stabiliti dal D.M. 5 febbraio 1998 e d s.m.i., che definisce che le materie prime secondarie derivanti da materiali ferrosi devono essere conformi alle norme commerciali CECA ed anche i rottami derivanti da veicoli rientrano in dette categorie.

Quanto sopra è stato ampiamente acclarato dalla capitaneria di Porto di Augusta che ha autorizzato l’imbarco delle navi partite da Augusta, nonchè dall’ARPA di Siracusa che, su richiesta della stessa Capitaneria di Porto, ha eseguito l’ispezione su tali prodotti stoccati in porto (congiuntamente ai VV.FF.),e ha dichiarato che essi erano ampiamente rispondenti ai requisiti qualitativi richiesti per essere appunto dichiarati M.P.S. (materie prime secondarie). In ultimo solo per la cronaca ci risulta che tutto il caso è scaturito da un esposto (non sappiamo se anonimo o firmato) presentato a diverse autorità, nel quale si affermava che in detti materiali erano presenti stracci, terra e polistirolo. A seguito di tale esposto, giustamente, la Capitaneria di Porto di Augusta ha intensificato i controlli all’atto del carico, ma mai si sono trovati riscontri a quanto, falsamente, l’estensore di tale esposto (lo stesso del comunicato!!!!) dichiarava. Una cosa è certa ed è il danno esorbitante che a causa di tutto ciò stanno subendo molti degli attori di questo traffico che poteva e speriamo potrà essere una fonte di sviluppo del porto di augusta. Noi da parte nostra stiamo valutando la possibilità di adire le vie legali a tutela della nostra immagine, visto che anche noi siamo nel sistema dell’”ecomafia”. In ogni caso faremo tutto il possibile per risalire ai delatori che hanno scatenato, falsamente, tutto questo.

Nuovo capitolo dell’inchiesta Acciaio Sporco. Si passa alla Basilicata

24 giugno 2010

Un’azienda e 41 camion, per circa 4 milioni di euro, sono stati sequestrati in un’indagine sullo smaltimento illecito di rifiuti ferrosi. Nell’inchiesta, condotta dal Corpo Forestale dello Stato, sono indagate 41 persone, molte delle quali titolari di imprese e tra le quali diverse di etnia rom, accusate di violazione della normativa sullo smaltimento dei rifiuti. Il presunto traffico e smaltimento illecito di rifiuti ferrosi partiva da Marina di Gioiosa Ionica e vedeva coinvolte numerose ditte dell’alto Ionio reggino. A darne la notizia è l’Ansa.

Attraverso fonti di stampa locale si apprendono altri particolari della notizia che riguarderebbe traffici di materiali ferrosi tra Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia sul quale indaga la Procura di Locri che ruoterebbe intorno ad una ditta di Marina di Gioiosa Ionica, la “Ferro & Acciai Femia srl”. Tra gli indagati vi sarebbe il direttore dello stabilimento della ex Sider Potenza, oggi Ferriere Nord del Gruppo Pittini, Giuseppe Castellano. A Marina di Gioiosa Ionica sarebbero state demolite automobili (rifiuti pericolosi) e trasformate in materia prima secondaria grazie alla ditta calabrese che dipenderebbe a sua volta da una ditta con sede a Sala Bolognese (BO). Ufficialmente ingenti quantitativi di autoveicoli venivano rottamati in Emilia Romagna, anche se i rifiuti partivano direttamente da Marina di Gioiosa Ionica  alla volta delle acciaierie come lo stabilimento di Potenza ed altri simili nella vicina Puglia.

Smaltimento illecito, il 2010 si apre con tre inchieste

28 febbraio 2010

Il 26 giugno 2009, una forte esplosione avvenuta presso l’impianto di incenerimento dell’Agrideco di Scarlino (Grosseto) provocò un morto ed un ustionato grave. Il primo, Doru Martin, rumeno di 47 anni, il secondo Mario Cicchiello, sessantenne di Suvereto, sembravano essere le ennesime vittime sul lavoro, dimenticate ed archiviate. Invece, in seguito all’incidente causato dalla triturazione non corretta di circa 100 tonnellate di bombolette spray – che risultarono rifiuti della Procter&Gamble Italia SpA – in uno stabilimento autorizzato al trattamento di rifiuti non pericolosi, ebbe inizio l’operazione “Golden rubbish”, condotta dai Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Grosseto. Gli sviluppi dell’inchiesta sono cronaca di queste ore, con l’arresto di 23 persone e 61 indagati, tra i quali compare il nome grosso, quello di Steno Marcegaglia, patron dell’omonimo Gruppo e padre di Emma, presidente di Confindustria. L’accusa è di illecita miscelazione e smaltimento di rifiuti tramite la simulazione di operazioni di selezione, trattamento e recupero, falsificazione di documenti analitici e di trasporto ed associazione a delinquere. Inoltre, Stefano Rosi e Luca Tronconi, presidente e vice-presidente della società di intermediazione Agrideco – il cui “malaffare” secondo gli inquirenti non poteva avvenire all’oscuro dei loro diretti clienti, ovvero Procter&Gamble, Gruppo Marcegaglia e Gruppo Lucchini – dovranno rispondere anche di omicidio colposo per la morte di Doru Martin.

Un sistema generale da 30 milioni di euro di profitto l’anno, circa un milione di tonnellate di rifiuti speciali smaltiti come normali, 800 camion attivi su mezza Italia – messi a disposizione da una serie di ditte campane – adibiti al trasporto di terra proveniente da bonifiche di distributori di carburante e scarti di produzione industriale contaminati da mercurio, verso discariche ed aree di stoccaggio in Trentino, Emilia Romagna e Toscana. Questi i principali numeri di un’attività illecita, il cui fulcro ruotava intorno ad un impianto di stoccaggio e selezione rifiuti operante nella zona industriale di Lanciano, regolarmente autorizzato alla gestione rifiuti dove, dichiarando che i rifiuti da loro gestiti e trattati provenivano da attività di selezione automatica – tecnologia di cui la ditta non dispone – ottenevano un forte sconto sull’applicazione dell’ecotassa regionale, per 500.000 euro circa. In Abruzzo, si apprende da fonti Ansa, è stata inoltre riscontrata la complicità di appartenenti alla polizia provinciale, rei di rilasciare attestazioni di comodo.

L’operazione del NOE di Grosseto va ad inserirsi in un contesto nazionale che dal punto di vista della gestione e del trattamento dei rifiuti presenta più di un’irregolarità. Altre due inchieste, nei mesi scorsi, sono andate verso questa direzione. A gennaio i Carabinieri del Gruppo di Tutela Ambiente di Treviso effettuarono dieci arresti e 40 perquisizioni con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, falsità documentale e riciclaggio. L’organizzazione operava attorno a un sito di Fagnano Olona (Varese), conosciuto come “La Valle”, formalmente adibito a ricovero di mezzi, ma di fatto utilizzato illecitamente come base di stoccaggio e trattamento di rifiuti pericolosi. La famiglia di Salvatore Accarino avrebbe coordinato l’illecita gestione di rifiuti provenienti dalla bonifica della Cartiera Fornaci di Fagnano Olona, soprattutto terre contaminate da idrocarburi e metalli pesanti.

Sempre agli inizi del 2010, per fatti risalenti al 2006, con l’operazione “Acciaio sporco” i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Catanzaro hanno scoperto l’esistenza di una vera e propria organizzazione, ramificata in più regioni con la Basilicata della rifiuti connection in primo piano, finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali anche pericolosi, con un ruolo centrale svolto dall’impresa “Palmieri Francesco”, dedita alla commercializzazione all’ingrosso di rottami ferrosi e semplicemente autorizzata alla “raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi prodotti da terzi”. Una fitta rete gestita da Francesco Palmieri – anche amministratore della Ecofuturo S.r.l. – con il coinvolgimento di 21 soggetti privati, 7 enti pubblici e 96 aziende, tra le quali l’ex Siderpotenza SpA, oggi Ferriere Nord SpA, appartenente al Gruppo Pittini, che avrebbe smaltito enormi quantitativi di rifiuti ferrosi non pretrattati, falsificando i codici CER delle materie smaltite illegamente nell’altoforno, con grave rischio per la salute a causa delle emissioni tossiche e nocive. Il Gruppo Pittini rilevò la Siderpotenza SpA dal Gruppo Lucchini, coinvolta nell’inchiesta “Golden rubbish”.

Da quello che si evince scorrendo l’elenco delle ipotesi di reato, il cuore di queste tre inchieste sembra essere la falsificazione dei codici di classificazione CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti) e le operazioni di smaltimento che avvengono in aree distanti dai luoghi dove viene prodotto il rifiuto. Il nuovo sistema SISTRI (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) dovrebbe evitare le falle della codifica, anche se le perplessità in merito non sono poche, come la limitazione al pubblico delle informazioni che non garantisce un controllo dal basso o gli obblighi a cui saranno chiamate le piccole aziende. L’altro aspetto è il business sul trasporto, nel quale si inseriscono notoriamente le mafie. [di Pietro Dommarco]

Basilicata, rifiuti connection senza sosta

9 gennaio 2010

La “rifiuti connection” in Basilicata apre un nuovo capitolo d’inchiesta nonostante i toni rassicuranti di alcuni esponenti politici locali secondo i quali la regione sarebbe esente dal fenomeno delle ecomafie. “Acciaio sporco” è la denominazione data all’operazione condotta dal Nucleo Operativo Ecologico Carabinieri di Catanzaro – con il supporto del Comando Provinciale del capoluogo calabrese ed il coordinamento della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme – sulla gestione dei rottami ferrosi nel comprensorio lametino.

L’inchiesta coinvolge anche l’ex Sider Potenza oggi Ferriere Nord SpA, appartenente al Gruppo Pittini, che avrebbe smaltito enormi quantitativi di rifiuti ferrosi non pretrattati, falsificando i codici CER delle materie smaltite illegamente nell’altoforno, con grave rischio per la salute a causa delle emissioni tossiche e nocive. I fatti risalirebbero al 2006. In poche parole, i rottami ferrosi non trattati sarebbero stati smaltiti illecitamente presso lo stabilimento di Potenza – citando fonti della Procura di Catanzaro – in “quantitativi enormi”. Lo stabilimento di Potenza – secondo il NOE non in possesso delle autorizzazioni necessarie allo smaltimento dei rifiuti ferrosi fatti passare come “materia prima secondaria” – costituiva il primo stabilimento per quantità conferite nei traffici illegali della ditta Palmieri e che nei fatti avrebbe funzionato come inceneritore. Gli indagati sono in tutto 166. Le indagini avrebbero permesso di documentare l’esistenza di una vera e propria organizzazione, finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali anche pericolosi, con un ruolo centrale svolto dall’impresa “Palmieri Francesco”, dedita alla commercializzazione all’ingrosso di rottami ferrosi e semplicemente autorizzata alla “raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi prodotti da terzi”.

La condotta criminosa si sarebbe concretizzata sostanzialmente nell’illecita commercializzazione di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi attestandoli, fraudolentemente, come M.P.S.. Tale attivita’ ha consentito agli indagati di raggiungere un duplice ingiusto profitto consistente nell’evitare gli oneri dovuti per legge circa il corretto avvio a recupero o smaltimento dei rifiuti prodotti o raccolti nonché il cospicuo guadagno dovuto alla successiva commercializzazione del rifiuto, surrettiziamente qualificato quale M.P.S. per l’industria siderurgica. La ditta “Palmieri Francesco”, sempre secondo l’accusa, nonostante la totale mancanza dei necessari titoli autorizzativi, nonche’ la carenza delle specifiche tecnologie e capacita’ richieste, avrebbe realizzato, nella propria sede legale, un vero e proprio impianto adibito al trattamento (consistente nella mera riduzione/adeguamento volumetrico e soprattutto miscelazione) di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, pericolosi e non, costituiti per lo piu’ da veicoli fuori uso, parti di veicoli, R.A.E.E., rottami ferrosi in genere). La stessa ditta, successivamente, attestando la surrettizia produzione di M.P.S., avrebbe provveduto alla sua commercializzazione verso imprese compiacenti individuate in Sicilia, Puglia, Basilicata e Campania), con il conseguimento di ingenti ed ingiusti profitti. Il trasporto del rifiuto, qualificato M.P.S., al fine di renderne piu’ difficoltosa la tracciabilita’, era, invece, assicurato con vettori della “Ecofuturo s.r.l.”. La Procura di Lamezia Terme, condividendo a pieno le ipotesi investigative formulate dalla polizia giudiziaria, ha disposto l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del titolare firmatario dell’impresa “Palmieri Francesco” nonche’ amministratore unico della societa’ “Ecofuturo s.r.l.”; l’applicazione della misura dell’”obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria” nei confronti di 10 persone; l’applicazione della misura dell’obbligo di dimora nei confronti di 7 dipendenti dell’impresa “Palmieri Francesco”; il sequestro preventivo dell’impresa “Palmieri Francesco” e di 39 veicoli (trattori stradali e semirimorchi) utilizzati per le predette attivita’ illecite, il tutto per un valore approssimativo di circa 15 milioni di euro.

Intorno all’impresa gestita da Francesco Palmieri, quindi, sarebbe emersa l’esistenza di una fitta rete di conferitori di rifiuti speciali pericolosi e non: 96 aziende, 7 enti pubblici e 21 soggetti privati. Si sarebbe trattato di una rete ramificata a livello regionale, con la Basilicata in primo piano, alle prese anche e, soprattutto, dai risvolti ambientali e dalle possibili ripercussioni sulla salute dei cittadini costretti a convivere con uno stabilmento pericoloso situato all’interno del capoluogo. Situazione questa che verrà aggravata dall’entrata in funzione dell’inceneritore Veolia sito in località San Luca Branca.

Non è la prima volta che la Basilicata, a questo punto sempre più crocevia delle ecomafie, si rende nota alle cronache per l’”acciaio sporco”. Nel mese di agosto 2009, il NOE di Potenza ed il Corpo Forestale dello Stato denunciarono l’amministratore unico della ditta Transider S.rl. che gestisce un impianto di messa in riserva e recupero di rifiuti non pericolosi nell’area industriale di San Nicola di Melfi. L’uomo fu accusato di aver gestito e realizzato un impianto di frantumazione di rifiuti ferrosi senza l’autorizzazione dell’Ufficio Tecnico Regionale. Sotto sequestro finirono l’impianto e le 10mila tonnellate di rifiuti stoccati al suo interno. La Transider sarebbe uno dei fornitori dell’impianto di incenerimento Fenice. [autore: Pietro Dommarco]