Navi dei veleni, una svolta dalle attività della Commissione parlamentare d’inchiesta?
30 aprile 2010
Va prendendo sempre più una direzione ben definita l’attività della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite legate al ciclo dei rifiuti, riguardo la vicenda delle cosiddette navi dei veleni. Una direzione che esula dalle dichiarazioni di Francesco Fonti, il pentito della ‘ndrangheta che per primo parlò dei traffici di rifiuti tossici nel Mediterraneo. «Gran parte o una parte delle dichiarazioni di Francesco Fonti non hanno trovato riscontro – ha chiarito il presidente Pecorella – e sono anche viziate da interne contraddizioni come il mutamento di versioni nel tempo». Tuttavia per il parlamentare c’è un dato «evidente perché riscontrato da altri uditi e da elementi obiettivi», e cioè che «in qualche misura, per un certo periodo, i servizi segreti hanno gestito lo smaltimento dei rifiuti pericolosi».
È proprio verso questa direzione che l’attività della Commissione virerà nei prossimi mesi, cercando di svelare quelli che Alessandro Bratti, membro Pd della Commissione, ha definito «segreti inquietanti In sostanza, quello che emergerebbe sarebbe una collusione tra servizi segreti e parte influente della politica. Un filone che, sempre secondo Pecorella avrebbe «una sua logica nel senso che i rifiuti pericolosi venivano prodotti dalle aziende di Stato e a un c e r t o punto bisognava eliminarli». Anche illegalmente, perchè «in quel momento non c’era un sistema diverso. Ad esempio i fanghi radioattivi dove sono finiti?».
Attendibile o meno, c’è da sottolineare come quello delineato dalla Commissione ecomafie coincida sostanzialmente con lo scenario disegnato da Francesco Fonti. «Racconta storie che conosce in maniera indiretta, perchè ne ha sentito parlare e non perchè abbia giocato un ruolo da protagonista nella vicenda», attacca ancora Bratti. Il pentito calabrese rivelò di come la ‘ndrangheta faceva affari grazie al traffico di rifiuti prodotti dal gotha dell’industria italiana con la copertura della politica. «Il percorso era lineare – raccontava Fonti – Ogni multinazionale aveva il suo referente politico, che attivava ogni volta che aveva necessità. Questi, poi, coinvolgeva della questione i servizi segreti i quali ci affidavano il lavoro sporco». La necessità, secondo Fonti, era quella di nascondere i rifiuti di materiale che non doveva apparire. La rivelazione del pentito è quasi sussurrata: «Armi. Destinate al Medio Oriente». In questo quadro, camorra, mafia e ’ndrangheta vengono interpellate per conoscere la disponibilità ad entrare nei traffici.
«La mafia non aveva bisogno di soldi, la camorra non aveva i nostri agganci con l’estero, quindi fu naturale che i primi a entrare nell’affare dello smaltimento dei rifiuti fummo noi della ’ndrangheta», ricorda ancora Fonti. Il pentito già in passato aveva fatto i nomi di politici invischiati nei giri. Tutti hanno smentito. Se non querelato. È il caso di Ciriaco De Mita, l’uomo con il quale Fonti, sempre stando al suo racconto, trattava il prezzo. « Con lui avevo un rapporto confidenziale dovuto a un’amicizia in comune ». L’aspetto organizzativo, invece, era curato dal Partito socialista, «grazie ai rapporti che Craxi aveva in Somalia. In Calabria trattavamo con Lelio Lagorio». Sentito il 14 settembre 2005 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, l’ex ministro della Difesa ha smentito in maniera netta ogni coinvolgimento: «Questa è una notizia che non esiste. Io non ho mai sentito nominare questo personaggio».
[Articolo di Vincenzo Mulè, tratto da Terra]