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Articoli nella sezione Inchieste giudiziarie

Nuovo capitolo dell’inchiesta Acciaio Sporco. Si passa alla Basilicata

24 giugno 2010

Un’azienda e 41 camion, per circa 4 milioni di euro, sono stati sequestrati in un’indagine sullo smaltimento illecito di rifiuti ferrosi. Nell’inchiesta, condotta dal Corpo Forestale dello Stato, sono indagate 41 persone, molte delle quali titolari di imprese e tra le quali diverse di etnia rom, accusate di violazione della normativa sullo smaltimento dei rifiuti. Il presunto traffico e smaltimento illecito di rifiuti ferrosi partiva da Marina di Gioiosa Ionica e vedeva coinvolte numerose ditte dell’alto Ionio reggino. A darne la notizia è l’Ansa.

Attraverso fonti di stampa locale si apprendono altri particolari della notizia che riguarderebbe traffici di materiali ferrosi tra Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia sul quale indaga la Procura di Locri che ruoterebbe intorno ad una ditta di Marina di Gioiosa Ionica, la “Ferro & Acciai Femia srl”. Tra gli indagati vi sarebbe il direttore dello stabilimento della ex Sider Potenza, oggi Ferriere Nord del Gruppo Pittini, Giuseppe Castellano. A Marina di Gioiosa Ionica sarebbero state demolite automobili (rifiuti pericolosi) e trasformate in materia prima secondaria grazie alla ditta calabrese che dipenderebbe a sua volta da una ditta con sede a Sala Bolognese (BO). Ufficialmente ingenti quantitativi di autoveicoli venivano rottamati in Emilia Romagna, anche se i rifiuti partivano direttamente da Marina di Gioiosa Ionica  alla volta delle acciaierie come lo stabilimento di Potenza ed altri simili nella vicina Puglia.

Buccinasco, condannati i nuovi boss della ‘ndrangheta

12 giugno 2010

Pene fino a 9 anni di reclusione per associazione mafiosa. I giudici della settima sezione penale del tribunale di Milano, presieduti da Aurelio Barazzetta, hanno emesso la sentenza nei confronti di cinque imputati considerati le nuove leve del clan Barbaro-Papalia. Tra i condannati figura anche l’imprenditore milanese Maurizio Luraghi, a cui i giudici hanno inflitto quattro anni e sei mesi di reclusione.

Secondo l’accusa, Luraghi, titolare della Lavori stradali srl, avrebbe messo la sua azienda a disposizione del clan che, stando alle indagini della Dda di Milano, avrebbe controllato i lavori di movimento terra nei comuni del territorio a sud di Milano, e in particolare a Buccinasco (e si parla anche dello smaltimento di rifiuti tossici nei cantieri dove lavorava il clan). Il presunto boss della ‘ndrangheta Salvatore Barbaro, ritenuto il promotore dell’organizzazione mafiosa, è stato condannato a nove anni di carcere, mentre il padre Domenico e il fratello Rosario sono stati condannati a sette anni. Sei gli anni di reclusione inflitti a Mario Miceli. E’ stata assolta, invece, la moglie di Luraghi, Giuliana Persegoni. Il collegio ha escluso per i cinque condannati l’aggravante dell’aver agito con le armi ed ha concesso a Luraghi le attenuanti generiche. Per lui il pm Alessandra Dolci aveva chiesto otto anni di carcere.

Per Salvatore Barbaro (il pm aveva chiesto 15 anni) è caduta l’accusa di estorsione aggravata. Inoltre i giudici hanno disposto la confisca delle quote sociali delle aziende utilizzate dalla cosca, tra cui la Lavori stradali di Luraghi. Per Domenico, Salvatore e Rosario Barbaro, inoltre, il 30 giugno prossimo comincerà l’udienza preliminare relativa all’inchiesta Parco Sud della Dda di Milano, che lo scorso 3 novembre portò a nuove ordinanze di custodia a carico loro e di altre 14 persone.

Sempre la famiglia Barbaro – erede, secondo l’accusa, di Rocco e Antonio Papalia, storici boss in Lombardia – avrebbe imposto, nonostante i tre fossero in carcere dall’estate del 2008 per il procedimento Cerberus, concluso ieri con questa sentenza, le loro regole nel settore immobiliare e nei cantieri nella zona sud di Milano. Potendo contare anche su una spa, quella dell’imprenditore Andrea Madaffari, anche lui finito in carcere. Dall’operazione Parco Sud è scaturito poi il nuovo filone di indagine che il 22 febbraio scorso ha portato in carcere l’ex sindaco di Trezzano sul Naviglio Tiziano Butturini, e il consigliere comunale Michele Iannuzzi. [Fonte: SioNo Magazine]

Rifiuti, indagato il sindaco di Palermo

30 maggio 2010

Il sindaco di Palermo, Diego Cammarata (Pdl), è indagato dalla Procura nell’ambito dell’inchiesta sulla discarica di Bellolampo gestita dall’Amia, l’ex azienda municipalizzata per la raccolta dei rifiuti. Al primo cittadino del capoluogo siciliano vengono contestate ipotesi di reato che vanno dal disastro doloso all’inquinamento delle acque e del sottosuolo, dalla truffa alla gestione abusiva della discarica, fino all’abbandono dei rifiuti speciali. Secondo l’accusa, infatti, Cammarata avrebbe impartito gli ordini su come gestire l’ex municipalizzata e anche la discarica. L’avviso di garanzia, firmato dal Pm Geri Ferrara, è stato notificato al sindaco lunedì mattina.

LA DISCARICA E IL LAGO DI PERCOLATO – Oltre a Cammarata, per presunte irregolarità nella gestione della discarica di Bellolampo sono indagate altre 12 persone: in pratica tutti i vertici dell’Amia dal 2007. Tra questi Gaetano Lo Cicero, fino a pochi mesi fa commissario liquidatore dell’ex municipalizzata, e i dirigenti Aldo Serraino e Giovanni Gucciardo, che si sono alternati nella gestione del sito di Bellolampo. Al centro dell’inchiesta la formazione dell’enorme lago di percolato, il liquido rilasciato dai rifiuti, altamente inquinante, che si è formato nella discarica. Nelle scorse settimane dagli accertamenti disposti dai pm Calogero Ferrara e Maria Teresa Maligno, titolari del fascicolo, era emersa la presenza di solfiti, nitrati e metalli nelle acque di alcuni pozzi della zona. Da qui l’ipotesi che il percolato si sia infiltrato nel sottosuolo e nella falda acquifera. Il percolato, inoltre, sarebbe tracimato a valle, finendo per inquinare il torrente Celona che alimenta il canale Passo di Rigano, le cui acque finiscono nel mare dell’Acquasanta. Proprio per accertare se il torrente e le acque sotterranee siano state contaminate specificamente dal percolato, i pm hanno disposto una serie di analisi tuttora in corso. Verranno prelevati campioni che saranno congelati e inviati in un laboratorio di Milano, unico in Italia a fare questo tipo di accertamenti. I pubblici ministri indagano pure sullo smaltimento delle ecoballe provenienti dalla raccolta differenziata che, invece di essere dirottate nei centri speciali, sarebbero finite in discarica insieme ai rifiuti ingombranti e ai tronchi delle palme uccise dal punteruolo rosso.

IL PRIMO CITTADINO E L’EMERGENZA – L’iscrizione del sindaco Cammarata nel registro degli indagati è soltanto l’ultimo tassello dell’«emergenza rifiuti», una situazione ai limiti della sopportabilità per chi vive a Palermo, costretto a fare i conti con strade invase da cumuli di sacchi d’immondizia ai margini delle carreggiate, e puntuali roghi notturni di cassonetti. Nelle scorse settimane, intorno al nome della discarica palermitana di Bellolampo si erano pronunciati più o meno tutti. I commissari che attualmente gestiscono l’Amia avevano denunciato ancora una volta la situazione critica dell’impianto, dovuta principalmente alla necessità di trovare una soluzione al problema del percolato che sta lentamente saturando la quarta vasca della discarica. I vertici nazionali di Legambiente con una nota chiedevano fosse mantenuta viva l’attenzione su una emergenza che sembrava «destinata all’oblio». Una criticità tangibile, insomma, della quale però nessuno sembrava intenzionato ad assumersi la paternità, dando piuttosto vita ad un continuo botta e risposta tra i palazzi sede dell’amministrazione comunale da una parte, e Regionale dall’altra. Lo stesso sindaco Cammarata alcune settimane fa, sottolineando il «disinteresse» mostrato dal presidente della Regione Raffaele Lombardo nei confronti della vicenda, chiedeva che fosse istituito un tavolo tecnico-istituzionale con il ministero dell’Ambiente, per trovare una rapida soluzione per il problema dello smaltimento dei rifiuti. Una pretesa, quella del primo cittadino di Palermo, cui Lombardo replicava rimproverando «il mancato avvio della raccolta differenziata e la dissipazione – da parte del Comune – delle risorse riservate all’Amia». La decisione del pm Geri Ferrara, dunque, sebbene non sia destinata a risolvere l’emergenza rifiuti a Palermo, appare comunque un atto utile per identificare, una volta per tutte, almeno sulla carta, il responsabile di questa situazione.

Traffico di rifiuti tossici tra Roma e Cina

30 maggio 2010

Rifiuti non trattati che dal Lazio partono di contrabbando per la Cina, dribblando i controlli distratti di alcuni funzionari doganali. «Centinaia di container» zeppi di spazzatura triturata. Che poi, trasformata in materiale plastico «dannosissimo per la salute», rientra in Italia sotto forma di giocattoli e indumenti. Le preoccupate parole sono quelle pronunciate martedì dal questore della Capitale Giuseppe Caruso alla commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, presso la quale è stato ascoltato assieme ai responsabili dell’ordine pubblico delle 5 province del Lazio. C’è un allarme inquietante. «Quel traffico diretto da un cinese sta continuando, con l’avallo» delle complicità che lo hanno reso possibile. Questo succede nonostante un’indagine sia stata conclusa nel 2008 dalla squadra mobile di Roma con la richiesta di 17 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di cinesi e di «amministratori delegati di società non solo del Lazio legate allo smaltimento dei rifiuti». Ma l’inchiesta per ora resta senza manette visto che da due anni «i provvedimenti sono fermi al vaglio dell’autorità giudiziaria».

L’audizione è l’ultima di una serie, convocata dal presidente Gaetano Pecorella, iniziata con l’obiettivo di evitare che tra Roma, Latina, Viterbo, Frosinone e Rieti esploda un’emergenza come quella che a Napoli ha lasciato per lunghi mesi la spazzatura a marcire per strada. «Non siamo a questo punto, ma la situazione è difficile», è la sintesi del prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro che ha parlato di una raccolta rifiuti che nella regione è indirizzata per l’86 per cento – il dato è il più alto del centro Italia – nelle discariche. Che però, soprattutto nei pressi della Capitale (Malagrotta, Cecchina, Bracciano, Civitavecchia e Colleferro) «sono sull’orlo dell’esaurimento». Senza contare il corollario di truffe, violazioni delle norme ambientali e controlli inesistenti. Martedì Pecoraro, sollecitando «un potenziamento dell’Arpa a scopo preventivo» ha parlato di «rifiuti tossici provenienti dal Nord Italia e dall’Europa interrati nei cantieri della linea Tav Roma-Napoli».

Ma c’è molto altro nei resoconti delle audizioni (con le testimonianze di magistrati, investigatori delle forze dell’ordine e tecnici) raccolti nel certosino dossier sul Lazio condotto dai senatori Candido De Angelis, Pdl, e Antonio Rugghia, Pd. Oltre al caso dei 40 milioni di euro spariti per costruire quella discarica ai Castelli che esiste solo sulla carta, c’è da capire come sia stato possibile che per 5 anni il termovalorizzatore di Colleferro abbia bruciato copertoni, coltelli da cucina, forchette, panni e filtri di industrie chimiche spargendo nell’aria diossina e altri veleni senza che nessuno se ne accorgesse.

Una catena impressionante di controlli-colabrodo, con le preoccupate denunce dell’Arpa rimaste prive di seguito. E infine quella «triangolazione» di rifiuti tra Lazio e Cina. Nel rapporto scritto dal capo della mobile romana Vittorio Rizzi apposta per la commissione parlamentare – dopo l’autorizzazione della procura di Roma – si parla di «meccanismo spudorato». Il colossale quantitativo di immondizia arriva, trasportata in container, in una discarica abusiva dalle parti di Frosinone. Da qui, dopo essere stata «triturata» riparte dal porto di Napoli, con qualche funzionario doganale che si gira dall’altra parte, verso la Cina accompagnata da carte false che definiscono la spazzatura «materia prima secondaria». Tutto rientra in Italia – è la certezza degli investigatori della mobile che però hanno bisogno dell’autorizzazione per arresti e perquisizioni per provare la circostanza – sotto forma di «bambole, giocattoli, abiti che usano i nostri figli e i nipoti», ha concluso il questore Caruso. «Roba nociva per la salute. E’ un fatto di una gravità estrema» ha concluso il questore dopo le domande dei parlamentari della commissione. [articolo di Alessandro Fulloni, tratto da Il Corriere della Sera, edizione romana del 29 maggio 2010]

Tribunale, discarica abusiva nel complesso Savam di Altare: via al processo

25 maggio 2010

Savona. Si è aperto questa mattina in tribunale a Savona il processo che vede imputati Giampaolo Bagnasco, 51 anni, e il fratello Alfio, 47 anni, entrambi residenti a Cengio per l’accusa di attività di gestione di rifiuti non autorizzata. I due, in qualità di soci amministratori e direttori tecnici della Emi snc, società proprietaria, dal 2001 e fino al febbraio 2009, della complesso della Savam di Altare, sono infatti accusati in concorso di aver realizzato e gestito, fino al febbraio 2009, all’interno di quelle aree una discarica non autorizzata di rifiuti pericolosi.

Secondo la tesi accusatoria all’interno del complesso della vetreria altarese, peraltro sottoposto a vincolo di interesse storico artistico, si sarebbero accumulati moltissimi rifiuti di vario genere e natura tali da far ridurre area, di oltre 20mila metri quadrati, in stato di degrado ambientale. Inoltre ai due, difesi dagli avvocati Amedeo Caratti e Massimo Badella, è anche contestata l’accusa di uso illecito di beni culturali visto che, a causa della loro condotta, l’intera struttura, per un totale di circa 70mila matri quadrati, sarebbe stata ridotta in condizioni di rovina e degrado. Questa mattina in aula è stato sentito solo un testimone dell’accusa ma in aula erano presenti anche il sindaco ed un segretario comunale di Altare che però saranno sentiti in veste di testimoni nel corso della prossima udienza. [Fonte: Ivg]