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Articoli nella sezione Inchieste giudiziarie

Smaltimento illecito, il 2010 si apre con tre inchieste

28 febbraio 2010

Il 26 giugno 2009, una forte esplosione avvenuta presso l’impianto di incenerimento dell’Agrideco di Scarlino (Grosseto) provocò un morto ed un ustionato grave. Il primo, Doru Martin, rumeno di 47 anni, il secondo Mario Cicchiello, sessantenne di Suvereto, sembravano essere le ennesime vittime sul lavoro, dimenticate ed archiviate. Invece, in seguito all’incidente causato dalla triturazione non corretta di circa 100 tonnellate di bombolette spray – che risultarono rifiuti della Procter&Gamble Italia SpA – in uno stabilimento autorizzato al trattamento di rifiuti non pericolosi, ebbe inizio l’operazione “Golden rubbish”, condotta dai Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Grosseto. Gli sviluppi dell’inchiesta sono cronaca di queste ore, con l’arresto di 23 persone e 61 indagati, tra i quali compare il nome grosso, quello di Steno Marcegaglia, patron dell’omonimo Gruppo e padre di Emma, presidente di Confindustria. L’accusa è di illecita miscelazione e smaltimento di rifiuti tramite la simulazione di operazioni di selezione, trattamento e recupero, falsificazione di documenti analitici e di trasporto ed associazione a delinquere. Inoltre, Stefano Rosi e Luca Tronconi, presidente e vice-presidente della società di intermediazione Agrideco – il cui “malaffare” secondo gli inquirenti non poteva avvenire all’oscuro dei loro diretti clienti, ovvero Procter&Gamble, Gruppo Marcegaglia e Gruppo Lucchini – dovranno rispondere anche di omicidio colposo per la morte di Doru Martin.

Un sistema generale da 30 milioni di euro di profitto l’anno, circa un milione di tonnellate di rifiuti speciali smaltiti come normali, 800 camion attivi su mezza Italia – messi a disposizione da una serie di ditte campane – adibiti al trasporto di terra proveniente da bonifiche di distributori di carburante e scarti di produzione industriale contaminati da mercurio, verso discariche ed aree di stoccaggio in Trentino, Emilia Romagna e Toscana. Questi i principali numeri di un’attività illecita, il cui fulcro ruotava intorno ad un impianto di stoccaggio e selezione rifiuti operante nella zona industriale di Lanciano, regolarmente autorizzato alla gestione rifiuti dove, dichiarando che i rifiuti da loro gestiti e trattati provenivano da attività di selezione automatica – tecnologia di cui la ditta non dispone – ottenevano un forte sconto sull’applicazione dell’ecotassa regionale, per 500.000 euro circa. In Abruzzo, si apprende da fonti Ansa, è stata inoltre riscontrata la complicità di appartenenti alla polizia provinciale, rei di rilasciare attestazioni di comodo.

L’operazione del NOE di Grosseto va ad inserirsi in un contesto nazionale che dal punto di vista della gestione e del trattamento dei rifiuti presenta più di un’irregolarità. Altre due inchieste, nei mesi scorsi, sono andate verso questa direzione. A gennaio i Carabinieri del Gruppo di Tutela Ambiente di Treviso effettuarono dieci arresti e 40 perquisizioni con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, falsità documentale e riciclaggio. L’organizzazione operava attorno a un sito di Fagnano Olona (Varese), conosciuto come “La Valle”, formalmente adibito a ricovero di mezzi, ma di fatto utilizzato illecitamente come base di stoccaggio e trattamento di rifiuti pericolosi. La famiglia di Salvatore Accarino avrebbe coordinato l’illecita gestione di rifiuti provenienti dalla bonifica della Cartiera Fornaci di Fagnano Olona, soprattutto terre contaminate da idrocarburi e metalli pesanti.

Sempre agli inizi del 2010, per fatti risalenti al 2006, con l’operazione “Acciaio sporco” i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Catanzaro hanno scoperto l’esistenza di una vera e propria organizzazione, ramificata in più regioni con la Basilicata della rifiuti connection in primo piano, finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali anche pericolosi, con un ruolo centrale svolto dall’impresa “Palmieri Francesco”, dedita alla commercializzazione all’ingrosso di rottami ferrosi e semplicemente autorizzata alla “raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi prodotti da terzi”. Una fitta rete gestita da Francesco Palmieri – anche amministratore della Ecofuturo S.r.l. – con il coinvolgimento di 21 soggetti privati, 7 enti pubblici e 96 aziende, tra le quali l’ex Siderpotenza SpA, oggi Ferriere Nord SpA, appartenente al Gruppo Pittini, che avrebbe smaltito enormi quantitativi di rifiuti ferrosi non pretrattati, falsificando i codici CER delle materie smaltite illegamente nell’altoforno, con grave rischio per la salute a causa delle emissioni tossiche e nocive. Il Gruppo Pittini rilevò la Siderpotenza SpA dal Gruppo Lucchini, coinvolta nell’inchiesta “Golden rubbish”.

Da quello che si evince scorrendo l’elenco delle ipotesi di reato, il cuore di queste tre inchieste sembra essere la falsificazione dei codici di classificazione CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti) e le operazioni di smaltimento che avvengono in aree distanti dai luoghi dove viene prodotto il rifiuto. Il nuovo sistema SISTRI (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) dovrebbe evitare le falle della codifica, anche se le perplessità in merito non sono poche, come la limitazione al pubblico delle informazioni che non garantisce un controllo dal basso o gli obblighi a cui saranno chiamate le piccole aziende. L’altro aspetto è il business sul trasporto, nel quale si inseriscono notoriamente le mafie. [di Pietro Dommarco]

Rifiuti speciali smaltiti in terreni. Sgominata banda del Nord-Est

11 febbraio 2010

I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip di Udine Alessio Verni su richiesta del Pm Viviana Del Tedesco nell’ambito di una inchiesta su un traffico illecito di rifiuti, falsità documentale e truffa ai danni della pubblica amministrazione. Tra gli indagati figurano due funzionari dell’Arpa di Udine. L’operazione vede impegnati i carabinieri del gruppo tutela dell’ambiente di Treviso (Noe di Udine, Treviso e Venezia), con il supporto dei militari dell’arma dei comandi provinciali di Udine, Venezia e Treviso, che stanno sequestrando varie società e una decine di mezzi per il trasporto dei rifiuti.

L’indagine, denominata ‘Parking Waste’, è iniziata dal rinvenimento di una discarica abusiva di rifiuti speciali ospedalieri in un’area da adibire a parcheggio di pertinenza dell’ospedale civile di Latisana (Udine). Gli accertamenti dei militari del Noe di Udine, che si sono serviti di intercettazioni telefoniche e strumentazione tecnica, hanno permesso di scoprire l’esistenza di un sodalizio criminoso che aveva smaltito circa 600 mila chili di rifiuti speciali costituiti da terreno frammisto a rifiuti ospedalieri, sotterrati in una discarica di inerti della provincia di Treviso. Contemporaneamente i carabinieri hanno accertato anche una illecita gestione di rifiuti provenienti dalla bonifica di un deposito di carburante di Gorizia. Rifiuti di amianto frammisto a terreno sono stati scaricati illecitamente presso un centro di stoccaggio nella provincia di Trento, per essere poi inviati per il definitivo smaltimento presso impianti tedeschi. Gli indagati sono accusati di avere costituito una associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti. [Fonte: Ansa]

Traffico illecito di rifiuti tossici: dieci arresti e 40 perquisizioni in Lombardia

19 gennaio 2010

Ci sono anche un consigliere del Comune di Solaro (Milano) e sei funzionari di banca tra gli indagati nell’operazione che ha portato all’arresto di Salvatore Accarino 57 anni, campano di origine e legato alla famiglia siciliana di Giuseppe Onorato, abitante a Fagnano Olona, già condannato per reati analoghi, il figlio Francesco, il fratello Mario e un’impiegata, Myriam Battistello. Agli arresti domiciliari, i titolari di aziende di smaltimento compiacenti che ritiravano i rifiuti inviati dagli Accarino, accettavano per buone le bolle di trasporto falsificate e chiudevano gli occhi sul fatto che gli Accarino avevano il compito di trasportare i rifiuti ma non di trattarli rendendoli, almeno apparentemente, innocui. Fra questi anche un imprenditore e consigliere di minoranza al Comune di Solaro. Domiciliari anche per gli impiegati degli Accarino che si prestavano a taroccare le bolle di accompagnamento dei camion e «le teste di legno» ovvero i prestanome, titolari di conto corrente su cui in effetti operavano gli Accarino.

LA BONIFICA DELLA CARTIERA - Gli indagati sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, falsità documentale e riciclaggio. L’organizzazione, secondo quanto accertato dai carabinieri, operava attorno a un sito di Fagnano Olona (Varese), noto come «La Valle», formalmente adibito a ricovero di mezzi, ma di fatto utilizzato illecitamente come base di stoccaggio e trattamento di rifiuti pericolosi. La famiglia di Salvatore Accarino avrebbe coordinato l’illecita gestione di rifiuti provenienti dalla bonifica della Cartiera Fornaci di Fagnano Olona, soprattutto terre contaminate da idrocarburi e metalli pesanti. Gli ingenti guadagni sarebbero poi stati riciclati con l’acquisto di mezzi e attrezzature da impiegare nelle società collegate all’organizzazione, oppure acquistando nelle aste pubbliche mediante prestanome unità immobiliari in passato pignorate alla famiglia Accarino

I PRESTANOME - Salvatore Accarino, già fallito e condannato con sentenza confermata in Cassazione proprio per traffico di rifiuti, non poteva gestire imprese né conti correnti. Per questo, secondo i carabinieri del Noe, erano stati individuati dei prestanome che consentivano a Salvatore Accarino di gestire tutto il traffico senza comparire in prima persona. «L’abbiamo individuato – ha detto il pm Sabrina Ditaranto – solo attraverso le intercettazioni telefoniche». Fra gli indagati, anche sei funzionari di banche compiacenti che permettevano a Salvatore Accarino di gestire e fare movimentazioni su conti correnti intestati ad altre persone. Nonostante il suo status di pluriprotestato, Accarino sarebbe stato sistematicamente favorito dai direttori e impiegati di banca di alcuni istituti di credito nelle province di Verbania, Varese e Milano.

L’OPERAZIONE – I carabinieri del Gruppo tutela ambiente (Gta) hanno eseguito dieci provvedimenti restrittivi, una quarantina di perquisizioni, sequestri di sette aziende e decine di mezzi, oltre ad aree e impianti di stoccaggio di rifiuti. Nell’operazione sono stati impegnati circa 200 militari del Gta di Treviso, con il sostegno dei carabinieri dei comandi provinciali di Varese, Monza, Milano e del secondo Elinucleo di Orio al Serio (Bergamo). Gli ordini di custodia cautelare sono stai emessi dal gip Nicoletta Guerrero, su richiesta del pm Sabrina Ditaranto del tribunale di Busto Arsizio (Varese). [Fonte: Il Corriere della Sera]

Basilicata, rifiuti connection senza sosta

9 gennaio 2010

La “rifiuti connection” in Basilicata apre un nuovo capitolo d’inchiesta nonostante i toni rassicuranti di alcuni esponenti politici locali secondo i quali la regione sarebbe esente dal fenomeno delle ecomafie. “Acciaio sporco” è la denominazione data all’operazione condotta dal Nucleo Operativo Ecologico Carabinieri di Catanzaro – con il supporto del Comando Provinciale del capoluogo calabrese ed il coordinamento della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme – sulla gestione dei rottami ferrosi nel comprensorio lametino.

L’inchiesta coinvolge anche l’ex Sider Potenza oggi Ferriere Nord SpA, appartenente al Gruppo Pittini, che avrebbe smaltito enormi quantitativi di rifiuti ferrosi non pretrattati, falsificando i codici CER delle materie smaltite illegamente nell’altoforno, con grave rischio per la salute a causa delle emissioni tossiche e nocive. I fatti risalirebbero al 2006. In poche parole, i rottami ferrosi non trattati sarebbero stati smaltiti illecitamente presso lo stabilimento di Potenza – citando fonti della Procura di Catanzaro – in “quantitativi enormi”. Lo stabilimento di Potenza – secondo il NOE non in possesso delle autorizzazioni necessarie allo smaltimento dei rifiuti ferrosi fatti passare come “materia prima secondaria” – costituiva il primo stabilimento per quantità conferite nei traffici illegali della ditta Palmieri e che nei fatti avrebbe funzionato come inceneritore. Gli indagati sono in tutto 166. Le indagini avrebbero permesso di documentare l’esistenza di una vera e propria organizzazione, finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali anche pericolosi, con un ruolo centrale svolto dall’impresa “Palmieri Francesco”, dedita alla commercializzazione all’ingrosso di rottami ferrosi e semplicemente autorizzata alla “raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi prodotti da terzi”.

La condotta criminosa si sarebbe concretizzata sostanzialmente nell’illecita commercializzazione di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi attestandoli, fraudolentemente, come M.P.S.. Tale attivita’ ha consentito agli indagati di raggiungere un duplice ingiusto profitto consistente nell’evitare gli oneri dovuti per legge circa il corretto avvio a recupero o smaltimento dei rifiuti prodotti o raccolti nonché il cospicuo guadagno dovuto alla successiva commercializzazione del rifiuto, surrettiziamente qualificato quale M.P.S. per l’industria siderurgica. La ditta “Palmieri Francesco”, sempre secondo l’accusa, nonostante la totale mancanza dei necessari titoli autorizzativi, nonche’ la carenza delle specifiche tecnologie e capacita’ richieste, avrebbe realizzato, nella propria sede legale, un vero e proprio impianto adibito al trattamento (consistente nella mera riduzione/adeguamento volumetrico e soprattutto miscelazione) di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, pericolosi e non, costituiti per lo piu’ da veicoli fuori uso, parti di veicoli, R.A.E.E., rottami ferrosi in genere). La stessa ditta, successivamente, attestando la surrettizia produzione di M.P.S., avrebbe provveduto alla sua commercializzazione verso imprese compiacenti individuate in Sicilia, Puglia, Basilicata e Campania), con il conseguimento di ingenti ed ingiusti profitti. Il trasporto del rifiuto, qualificato M.P.S., al fine di renderne piu’ difficoltosa la tracciabilita’, era, invece, assicurato con vettori della “Ecofuturo s.r.l.”. La Procura di Lamezia Terme, condividendo a pieno le ipotesi investigative formulate dalla polizia giudiziaria, ha disposto l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del titolare firmatario dell’impresa “Palmieri Francesco” nonche’ amministratore unico della societa’ “Ecofuturo s.r.l.”; l’applicazione della misura dell’”obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria” nei confronti di 10 persone; l’applicazione della misura dell’obbligo di dimora nei confronti di 7 dipendenti dell’impresa “Palmieri Francesco”; il sequestro preventivo dell’impresa “Palmieri Francesco” e di 39 veicoli (trattori stradali e semirimorchi) utilizzati per le predette attivita’ illecite, il tutto per un valore approssimativo di circa 15 milioni di euro.

Intorno all’impresa gestita da Francesco Palmieri, quindi, sarebbe emersa l’esistenza di una fitta rete di conferitori di rifiuti speciali pericolosi e non: 96 aziende, 7 enti pubblici e 21 soggetti privati. Si sarebbe trattato di una rete ramificata a livello regionale, con la Basilicata in primo piano, alle prese anche e, soprattutto, dai risvolti ambientali e dalle possibili ripercussioni sulla salute dei cittadini costretti a convivere con uno stabilmento pericoloso situato all’interno del capoluogo. Situazione questa che verrà aggravata dall’entrata in funzione dell’inceneritore Veolia sito in località San Luca Branca.

Non è la prima volta che la Basilicata, a questo punto sempre più crocevia delle ecomafie, si rende nota alle cronache per l’”acciaio sporco”. Nel mese di agosto 2009, il NOE di Potenza ed il Corpo Forestale dello Stato denunciarono l’amministratore unico della ditta Transider S.rl. che gestisce un impianto di messa in riserva e recupero di rifiuti non pericolosi nell’area industriale di San Nicola di Melfi. L’uomo fu accusato di aver gestito e realizzato un impianto di frantumazione di rifiuti ferrosi senza l’autorizzazione dell’Ufficio Tecnico Regionale. Sotto sequestro finirono l’impianto e le 10mila tonnellate di rifiuti stoccati al suo interno. La Transider sarebbe uno dei fornitori dell’impianto di incenerimento Fenice. [autore: Pietro Dommarco]

Operazione acciaio sporco, centro di smaltimento è la Basilicata

8 gennaio 2010

La “rifiuti connection” in Basilicata apre un nuovo capitolo d’inchiesta nonostante i toni rassicuranti di alcuni esponenti politici di lucani secondo i quali la regione sarebbe esente dal fenomeno delle ecomafie. E’ stata denominata in codice “Acciaio sporco” l’operazione del Nucleo Operativo Ecologico Carabinieri di Catanzaro condotta con il supporto del personale del Comando Provinciale del capoluogo calabrese ed il coordinamento della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme, sulla gestione dei rottami ferrosi nel comprensorio lametino.

L’inchiesta coinvolge anche l’ex Sider Potenza oggi Ferriere Nord SpA che avrebbe smaltito enormi quantitativi di rifiuti ferrosi non pretrattati, falsificando i codici CER delle materie smaltite illegamente nell’altoforno con grave rischio per la salute a causa delle emissioni tossico e nocive. I fatti risalirebbero sin al 2006. Secondo fonti di stampa locale i rottami ferrosi non trattati sarebbero stati smaltiti illecitamente presso lo stabilimento di Potenza – citando fonti della Procura di Catanzaro – con quantitativi enormi. Lo stabilimento di Potenza non autorizzato secondo il NOE allo smaltimento dei rifiuti ferrosi fatti passare come “materia prima secondaria” costituiva il primo stabilimento per quantità conferite nei traffici illegali della ditta Palmieri. Gli indagati sono in tutto 166. Le indagini avrebbero permesso di documentare l’esistenza di una vera e propria organizzazione, finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali anche pericolosi, con un ruolo centrale svolto dall’impresa “Palmieri Francesco”, dedita alla commercializzazione all’ingrosso di rottami ferrosi e semplicemente autorizzata alla “raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi prodotti da terzi”. Intorno all’impresa, gestita da Francesco Palmieri, sarebbe emersa l’esistenza di una fitta rete di conferitori di rifiuti speciali pericolosi e non: si tratta di 96 aziende, 7 enti pubblici e 21 soggetti privati. Si sarebbe trattato di un rete ramificata a livello regionale. Palmieri riveste anche la carica di amministratore unico della societa’ “Ecofuturo s.r.l.”, anch’essa con sede in Lamezia Terme (CZ) ed operante nel campo del commercio all’ingrosso di rottami ferrosi, utilizzata, di fatto, unicamente come ditta trasportatrice della materia prima seconda (M.P.S.) illecitamente prodotta – secondo le indagini – dalla “Palmieri Francesco”. La condotta criminosa si sarebbe concretizzata sostanzialmente nell’illecita commercializzazione di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi attestandoli, fraudolentemente, come M.P.S.. Tale attivita’ ha consentito agli indagati di raggiungere un duplice ingiusto profitto consistente nell’evitare gli oneri dovuti per legge circa il corretto avvio a recupero o smaltimento dei rifiuti prodottio raccolti nonche’, il cospicuo guadagno dovuto alla successiva commercializzazione del rifiuto, surrettiziamente qualificato quale M.P.S. per l’industria siderurgica. La ditta “Palmieri Francesco”, sempre secondo l’accusa, nonostante la totale mancanza dei necessari titoli autorizzativi, nonche’ la carenza delle specifiche tecnologie e capacita’ richieste, avrebbe realizzato, nella propria sede legale, un vero e proprio impianto adibito al trattamento (consistente nella mera riduzione/adeguamento volumetrico e soprattutto miscelazione) di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, pericolosi e non, costituiti per lo piu’ da veicoli fuori uso, parti di veicoli, R.A.E.E., rottami ferrosi in genere). La stessa ditta, successivamente, attestando la surrettizia produzione di M.P.S., avrebbe provvedduto alla sua commercializzazione verso imprese compiacenti individuate in Sicilia, Puglia, Basilicata e Campania), con il conseguimento di ingenti ed ingiusti profitti. Il trasporto del rifiuto, qualificato M.P.S., al fine di renderne piu’ difficoltosa la tracciabilita’, era, invece, assicurato con vettori della “Ecofuturo s.r.l.”.

La Procura di Lamezia Terme, condividendo a pieno le ipotesi investigative formulate dalla polizia giudiziaria, ha disposto l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del titolare firmatario dell’impresa “Palmieri Francesco” nonche’ amministratore unico della societa’ “Ecofuturo s.r.l.”; l’applicazione della misura dell’”obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria” nei confronti di 10 persone; l’applicazione della misura dell’obbligo di dimora nei confronti di 7 dipendenti dell’impresa “Palmieri Francesco”; il sequestro preventivo dell’impresa “Palmieri Francesco” e di 39 veicoli (trattori stradali e semirimorchi) utilizzati per le predette attivita’ illecite, il tutto per un valore approssimativo di circa 15 milioni di euro.