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Articoli nella sezione Bonifiche siti industriali

Daramic di Tito scalo, bonifica discutibile

26 marzo 2010

Continua la saga della rifiuti connection lucana. Continua a destare preoccupazione l’area industriale di Tito scalo, che con un decreto dell’8 luglio 2002, il ministero dell’Ambiente circoscriveva come sito d’interesse nazionale, soggetto a bonifica urgente. Il secondo della Basilicata, dopo la Val Basento. Chimere e bombe ecologiche di un processo fallimentare di industrializzazione. Ancora una volta si parla di Daramic, azienda del gruppo statunitense Polypore, specializzata nella produzione di separatori per batterie a ciclo continuo in polietilene per usi industriali.

L’attualità. La Giunta Regionale della Basilicata con delibera n.358 del 2 marzo 2010, pubblicata sul BUR Basilicata n.15 del 16/03/2010, ha espresso giudizio favorevole di Compatibilità ambientale e concesso tutte le autorizzazioni necessarie per le emissioni in atmosfera previste dal “progetto per il trattamento delle acque di falda emunte dal sito inquinato dello stabilimento Daramic ubicato nella zona industriale di Tito scalo [...]”, ai sensi dell’articolo 6 della Legge regionale n.47/1998 ed ai sensi dell’ex articolo 269 comma 2 del Decreto Legislativo n.152/2006. L’autorizzazione concessa al progetto della Daramic S.r.l. – dal quale si evince chiaramente che l’adeguamento effettuato per il trattamento delle acque emunte con emissioni in atmosfera sia avvenuto su un impianto non idoneo dal punto di vista strutturale, in fase di dismissione e fruibile solo per processi produttivi – rappresenta l’ennesima violazione della tutela della salute dei cittadini, con preoccupanti impatti ambientali delle future emissioni sulle acque (fiume Tora), sull’aria e sul suolo. Un progetto datato 15 novembre 2006, che il Comune di Tito e la Provincia di Potenza hanno accantonato in un cassetto, pur essendo probabilmente a conoscenza delle implicazioni derivanti dallo smaltimento di tricloroetilene in atmosfera. Nessuna osservazione in merito e solo un assenso nel corso della Conferenza dei Servizi convocata nel mese di settembre 2009.

Gli adeguamenti richiesti dalla Daramic S.r.l. prevedono l’estrazione ed il trattamento delle acque emunte per mezzo di un impianto di “strippaggio” utilizzato per la separazione del tricloroetilene dall’acqua emunta dalla falda, mediante l’uso di fini bolle di aria. Successivamente la risultante della miscelazione tra aria e tricloroetilene viene inviata ad un impianto di filtrazione a carboni attivi – in cui vengono convogliati anche i vapori di tricloroetilene provenienti dall’impianto di estrazione dell’acqua. L’impianto a carboni attivi è infine collegato ad un camino per l’emissione in atmosfera. La pericolosità che tale operazione comporta è data non solo dal riutilizzo di un sistema già in uso, ma anche dall’alta concentrazione di questa sostanza altamente cancerogena presente nelle falde, ove si pensi che in soli 10 mesi di emungimento dell’acqua dai pozzi realizzati intorno allo stabilimento, sono stati estratti circa 1400 Kg di tricloroetilene.

Questa sostanza deprime il sistema nervoso centrale e produce sintomi simili a quelli dell’ubriacatura da alcol: mal di testa, confusione, difficoltà nella coordinazione motoria. Una esposizione prolungata può portare all’incoscienza e alla morte. Particolare attenzione va posta nei luoghi dove è possibile avere alte concentrazioni di suoi vapori; il tricloroetilene de-sensibilizza rapidamente il naso e diviene impercepibile all’olfatto, aumentando il rischio di inalarne dosi elevate. L’esposizione ai suoi vapori può provocare un prolungato bruciore agli occhi. È stato dimostrato, inoltre, che il tricloroetilene – classificato in classe 2A della classificazione IARC per cancerogenicità, può incidere su fegato e vie biliari, procurando sospetta relazione con l’insorgenza di linfomi non-Hodgkin.

La modifica dell’impianto della Daramic S.r.l. – che ricade in un’area fortemente inquinata, ma densamente abitata, nella quale sono stati riscontrati gravi superamenti del valore limite di solventi clorurati (tricloroetilene) nelle acque sotterranee – “risulta sostanziale, in quanto comporta la variazione delle condizioni di convogliabilità degli effluenti gassosi e la modifica della portata del condotto di emissione, giacchè l’impianto di filtrazione a carboni attivi, inizialmente progettato per essere integrato nel processo produttivo, ora risulta essere esclusivamente a servizio delle operazioni di bonifica ed opera in modo autonomo, senza il supporto degli impianti di processo”. Motivo questo che richiederebbe controlli severi ed un monitoraggio quotidiano accessibile dal pubblico attraverso la pubblicazione su siti web istituzionali, al fine di evitare il rischio di possibili superamenti delle soglie di concentrazione di tricloroetilene reimmesse in atmosfera, rilevate attraverso un misuratore in continuo delle concentrazioni nel camino. Come se non bastasse, l’autorizzazione regionale presenta altre gravi incongruenze: da un lato stabilisce la validità della VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) per tre anni e dall’altro procrastina inspiegabilmente l’autorizzazione all’emissione in atmosfera alla Società Daramic per altri 15 anni, nonostante il parere espresso dal Comitato Tecnico Scientifico Regionale circa il contesto ambientale di riferimento, connotato da segni antropici preesistenti e della complessità degli interventi previsti in progetto che richiedono l’acquisizione di numerose autorizzazioni. Una vicenda questa, che va ben oltre i fosfogessi interrati.

Sondaggi siti inquinati, si riparte in Val Basento

25 marzo 2010

Con Deliberazione della Giunta Regionale di Basilicata n. 356 del 2 marzo 2010 pubblicata  sul BUR Basilicata n. 15 del 16/3/2010 è stata stanziata all’Arpab la somma di 55 mila euro per il completamento dei sondaggi ed analisi finalizzati alla determinazione dei valori di fondo dei solfati, del ferro e del manganese nel sito di interesse nazionale della Val Basento sul quale anche il CNR di Tito ha prodotto specifico studio inviato al Ministero dell’Ambiente. Questa azione è finalizzata a svincolare aree per gli insediamenti produttivi in Val Basento.

Ancora bidoni tossici sulle rive dello Scrivia

6 marzo 2010

A venticinque anni dal disastro ambientale, sulle sponde del fiume del basso Piemonte i fusti nocivi spuntano come funghi. Sono la prova di bonifiche mai eseguite. Una storia di bidoni durata oltre 25 anni e che non sembra trovare un epilogo. Sulle sponde del fiume Scrivia, nel basso Piemonte, proprio durante le operazioni di riqualificazione, una nuova scoperta di fusti di sostanze altamente tossiche. Un materiale che doveva essere individuato e rimosso già nel 1984 quando fu rinvenuta una mole di circa 30mila bidoni scaricati nelle acque e nel circondario del torrente. «Ora abbiamo la prova di una situazione incredibile, che con gli anni continua a tornare allo scoperto», dichiara Danilo Bottiroli, che a Tortona, cittadina bagnata dallo Scrivia, ha fondato l’associazione Progetto ambiente.

Sostanze chimiche come diserbanti e ddt non smettono di minacciare l’ecosistema della valle, già gravemente compromesso dall’inquinamento delle tante industrie che hanno prolificato sui due versanti dello Scrivia, e la salute dei cittadini che in tutti questi anni hanno pagato direttamente le conseguenze della gestione criminale dell’area. I bidoni tossici spuntano come funghi. Ieri è stata la volta di Carbonara, un Comune di poco più di mille abitanti in provincia di Alessandria. Qui, come nel resto della valle, l’acqua dei rubinetti è sempre arrivata dai torrenti: lo Scrivia alimenta tre acquedotti, assicurando il servizio a oltre 50mila persone. Scorre per oltre 100 chilometri per poi affluire nel Po, privilegiato raccoglitore dell’inquinamento di tutto il Nord industriale.

«Dal ritrovamento dei nuovi bidoni siamo tutti preoccupati, anche se non ci dovrebbero essere rischi immediati», confida Flavio Speranza, referente locale di Legambiente. Ma se a distanza di decenni se ne scoprono di nuovi, «sicuramente ce ne sono ancora, seppelliti qua e là». Un cimitero altamente tossico che per essere bonificato arriverà a costare, valuta Speranza, «come una Finanziaria». Perché nemmeno il vecchio è stato sanato, l’inchiesta della magistratura non ha portato risultati e non ci sono finanziamenti per rimettere in sesto l’ambiente. Lo stesso ministro Stefania Prestigiacomo, in risposta ad alcune interpellanze di parlamentari locali sul sito di Ecolibarna, ha ammesso come «per l’anno 2010 non risultano disponibili risorse finanziarie da poter destinare al completamento della bonifica». Intanto, a dimostrare che il ritrovamento dei barili non è cosa di poco conto, sembra che le amministrazioni provinciali abbiano spinto per stanziare nell’immediato nuovi fondi per l’analisi del terreno e delle falde.

Si procede così con interventi tampone, in una situazione talmente risalente nel tempo da essere stata dimenticata dai più. «Non so neanche quanti ne abbiano memoria» dice Bottiroli, che punta il dito contro le omissioni di istituzioni e politica «cui da tempo chiediamo di avviare un serio monitoraggio del rischio ambientale». L’interramento di scarti industriali è stato la prassi e, dopo un quarto di secolo, la possibilità di bonificare è così remota che si procede con la messa in sicurezza di alcuni siti dove vengono imballati i rifiuti. Alcuni a pochissima distanza dal centro cittadino. Come avviene a Tortona, dove circa 2.000 fusti di sostanze radioattive sono depositati a pochi passi dal supermercato e altri esercizi commerciali. «La tipologia delle sostanze è molto diversa» spiega Speranza di Legambiente, «Sono stati riversati agenti chimici, cloruro, scarti farmaceutici, liquidi catramosi: questo rende più difficile valutare l’entità delle conseguenze della loro azione sulla salute».

Le ripercussioni sui cittadini, infatti, si misurano sui numeri degli ospedali, che vedono un aumento del 30 per cento dei tumori al colon e alla mammella e un incremento delle patologie nei reparti di pediatria. Peccato che nessun medico finora si sia reso disponibile a procedere con dichiarazioni ufficiali, «per non generare allarmismi». Intanto il fiume Scrivia e il suo bacino aspettano ancora i resoconti su quanto fatto, sulle responsabilità individuali e la natura dei materiali sepolti. [Fonte: articolo di Dina Galano, tratto da Terranews.it]

I veleni di Tito e i “Pizzini” di Folino

6 gennaio 2010

Si dice che ne uccide più la lingua che la spada, ma la lingua di Vincenzo Folino non è una spada, piuttosto è un gas nervino, una scimitarra, una lupara caricata a pallettoni. Lunedì 14 dicembre 2009, in V Commissione consiliare permanente (Controllo, verifica e monitoraggio) sta per andare in onda l’ennesima puntata del Folino Show, potente uomo di punta, di panza e di paranza del Pd lucano. In Commissione si parla dei veleni di Tito e il Presidente Sergio Lapenna ha convocato Pasquale Scavone, sindaco del piccolo centro alle porte di Potenza; in aula, però, appare anche l’austera, ma non aulica figura di Vincenzo Folino, per dispensare le consuete perle di saggezza e qualche suggerimento.

Rileggendo lo stenografico che riporta le dichiarazioni rilasciate da Don Vincenzo in Commissione, una volta di più resto affascinato dalla capacità manifestata da Folino di plasmare il linguaggio e farlo diventare una sorta di oscuro codice. L’idioma Foliniano è fatto di allusioni, di cose dette e non dette, di “capisc’ a me”. Riferendosi agli interventi del sottoscritto e della Zamparutti sulla vicenda Tito, Folino formula una delle sue folgoranti elucubrazioni, parlando di persone che “vanno fuori binario”, insomma di gente che sgarra. Lui è lì, non per fare domande, e serafico e sornione afferma: “Sto cercando di non porre domande specifiche, perché quando si dice c’è un pericolo imminente, c’è una responsabilità del Sindaco come autorità sanitaria locale, c’è un problema del consorzio industriale e così dicendo”.

Provo a chiosare la frase testè citata: “Stateve accuort, che qua le responsabilità sulla mancata bonifica coinvolgono tutti. Non fate i furbi e non azzardatevi a cavalcare la cosa.” L’apoteosi, però, l’ottimo Folino la raggiunge quando, parlando del documentario “Rifiuti Connection”, afferma: “Ho visto un servizio sul Canale 130 (di Sky), francamente sconcertante, perché tutti in questo Paese si dilettano a intervenire, fra cui soggetti istituzionali creando allarme”. Ha proprio ragione Don Vincenzo amabile! E che schifo è questo, se tutti si mettono in testa di poter parlare senza autorizzazione?! Dove mai andremo a finire in questo disgraziato paese, se il primo che capita, senza nemmeno vestire almeno una livrea di sottozerbino di seconda classe, si permette di parlare?!

Grazie Vincenzo, ancora una volta ci hai fatto capire che non sta bene occuparsi di certe questioni, che non sta bene ficcanasare, denunciare, pubblicare documenti. In futuro staremo più attenti e al posto del treno prenderemo un autobus della Sita, quello di certo non deraglia, ma al massimo può finire in una scarpata. Per fare ammenda, da domani cammineremo scalzi sui fanghi di Tito scalo, che, gioverà ricordarlo, nulla hanno a che fare con la ex-liquichimica, ma moltissimo con gli amici degli amici. “Capisc’ a me”. [Fonte: dichiarazione di Maurizio Bolognetti, Direzione Nazionale Radicali Italiani e segretario di Radicali Lucani]

Veleni industriali di Tito, il consiglio comunale chiede una Commissione

18 dicembre 2009

Il Consiglio Comunale di Tito, a seguito dell’audizione in V Commissione del Consiglio Regionale del sindaco di Tito, Pasquale Scavone, dovrà esaminare con urgenza la questione. E’ quanto chiede il consigliere di minoranza del PD, Michele Iummati che ha ribadito la necessità di attuare azioni concrete per la bonifica del sito di interesse nazionale con l’istituzione di una Commissione che dovrà seguirne l’iter considerato il grave rischio per la salute e per l’ambiente.